
Piazza Santa Maria Paganica è uno degli spazi urbani più celebri del centro storico aquilano, frutto tangibile dell’organizzazione federativa che caratterizzò la fondazione della città nel XIII secolo. Situata in uno dei punti più elevati dell’antico tessuto urbano, questa piazza deve il suo nome e la sua identità alla chiesa che domina lo spazio, edificata dai castellani di Paganica che contribuirono alla nascita della città confederata.
La denominazione della piazza richiama direttamente le origini federate di L’Aquila, quando i rappresentanti del borgo di Paganica, oggi frazione del comune aquilano, parteciparono al processo di fondazione urbana stabilendo la propria presenza attraverso la costruzione di una chiesa dedicata alla Beata Vergine Assunta.
Foto by RaBoe (CC BY-SA)
La storia di Piazza Santa Maria Paganica si inserisce nel contesto della rifondazione dell’Aquila voluta da Carlo I d’Angiò nel 1267, quando l’afflusso di nuovi abitanti rese necessaria l’espansione del tessuto urbano originario. I paganichesi scelsero di edificare la propria chiesa nel punto più alto della città, sottolineando attraverso questa collocazione privilegiata l’importanza della propria partecipazione al progetto urbano.
La chiesa originaria risale alla metà del XIII secolo, come testimoniano le parti murarie tardo-duecentesche dei fianchi realizzate con il caratteristico “apparecchio aquilano” costituito da filari di selci alternate a muratura in pietra da taglio. Tra la fine del XIII e i primi anni del XIV secolo l’edificio primitivo fu trasformato e ampliato, come attesta il portale maggiore che reca la data 1308 incisa nell’architrave.
La scelta di dedicare la chiesa alla Beata Vergine Assunta, patrona degli angioini, rappresentava un duplicato della chiesa di Santa Maria Assunta situata ai piedi di Paganica.
La chiesa di Santa Maria Paganica presenta una facciata che costituisce una delle testimonianze più antiche dell’architettura religiosa aquilana, realizzata secondo alcuni studiosi da Raimondo del Poggio per la pregevole fattura del portale, molto simile a quello del duomo di Atri. La facciata principale, impostata secondo la tipica maniera aquilana, si presenta quadrata e delimitata da lesene laterali, scandita orizzontalmente in tre parti rivestite con pietra calcarea.
Il ricco portale maggiore, considerato un duplicato di quello della chiesa di San Pietro a Coppito, presenta un arco a tutto sesto ornato nell’architrave da un bassorilievo con sette busti raffiguranti Cristo benedicente con gli Apostoli. Nella lunetta si trova un gruppo monumentale della Madonna col Bambino, attribuibile al terzo o quarto decennio del Trecento e riferibile a un maestro napoletano vicino a Tino di Camaino.
La torre campanaria, elemento originario duecentesco ricavato da una precedente torre di controllo, subì nel 1557 per ordine degli Spagnoli un drastico ridimensionamento per impedire che potesse costituire un punto di osservazione contro il neonato Forte spagnolo.
Il disastroso terremoto del 1703 distrusse quasi totalmente la chiesa, risparmiando soltanto la facciata, alcuni contrafforti laterali e l’abside posteriore. La ricostruzione successiva privilegiò l’ampiezza degli spazi rispetto all’eleganza artistica, tanto che i lavori del soffitto furono interrotti e ripresi soltanto nei primi del Novecento, quando Carlo Patrignani, allievo di Teofilo Patini, realizzò le decorazioni pittoriche con scene di vita della Vergine.
L’interno settecentesco presentava un’imponente navata unica con profonde cappelle laterali, realizzate tra il XV e il XVII secolo e modificate dopo il 1703. La zona presbiteriale, sopraelevata nel tardo Settecento, era caratterizzata da un’abside semicircolare, mentre il transetto cupolato con due bracci sporgenti completava la configurazione architettonica dell’edificio ricostruito.
Le cappelle laterali custodivano importanti opere d’arte, tra cui un fonte battesimale medievale, pale d’altare di Alessandro Maganza, tele di Vincenzo Damini e il “Battesimo di Gesù” di Rinaldo Fiammingo.
La chiesa fu particolarmente cara alle famiglie Camponeschi e Ardinghelli, che edificarono i propri palazzi affacciati sulla piazza, creando un sistema integrato di residenze nobiliari e architettura religiosa.
Palazzo Ardinghelli, Palazzo Carli Benedetti, Palazzo Cappa Camponeschi e Palazzo Cricchi costituiscono tuttora una corona di architetture civili di pregio che conferiscono alla piazza un carattere aristocratico e rappresentativo. La presenza delle case natali di illustri personalità aquilane come Buccio di Ranallo e Iacopo da Notar Nanni arricchisce ulteriormente il valore storico e culturale dell’area, trasformando la piazza in un vero e proprio museo urbano della storia cittadina.
Il terremoto del 6 aprile 2009 ha purtroppo costituito una catastrofe per la chiesa di Santa Maria Paganica, causando il crollo di parte delle cappelle laterali e di quasi l’intera copertura. La gravità dei danni, superiore a quella registrata in altre chiese del centro storico, è stata attribuita a errori nei precedenti restauri che avevano appesantito la struttura con elementi in cemento armato.
La distruzione ha comportato la perdita definitiva del soffitto dipinto da Carlo Patrignani e di parte del patrimonio artistico custodito nella chiesa. Le proposte di “ruderizzazione” del monumento come segno di ricordo della distruzione sismica, avanzate da alcuni negli anni successivi al terremoto, hanno suscitato forti polemiche nella comunità cittadina e sono state ritirate nel 2018.
La condizione attuale di Piazza Santa Maria Paganica, privata della chiesa che ne costituiva il fulcro architettonico e simbolico, rappresenta una situazione inedita nella storia urbana aquilana. Lo spazio mantiene la propria configurazione fisica ma ha perso il proprio centro gravitazionale, modificando profondamente la percezione e l’uso dell’area da parte dei cittadini.
I palazzi storici che circondano la piazza mantengono la propria dignità architettonica ma risultano orfani del dialogo compositivo che per secoli hanno intrattenuto con la chiesa. La presenza della scultura medievale antropomorfa raffigurante il Moro, simbolo locale di Paganica, conservata sulla facciata della chiesa, mantiene un collegamento simbolico con l’identità originaria del quarto. La figura, che ha ispirato manifestazioni folkloristiche come la festa della Maldicenza, testimonia la persistenza delle tradizioni locali anche in contesti di trasformazione urbana.
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