
Palazzo Centi ha origine nel XVI secolo, quando l’area su cui sorge l’attuale edificio ospitava una costruzione di proprietà della famiglia Alfieri-Ossorio. Le prove documentarie relative a questa prima fase costruttiva risultano frammentarie, ma una datazione incisa su una parete dell’edificio, riferibile al 1556, conferma l’esistenza di una struttura abitativa preesistente di una certa rilevanza.
La pianta elaborata da Giacomo Lauro su disegno del Fonticulano nel 1622 fornisce preziose informazioni sulla configurazione originaria del palazzo cinquecentesco. Il documento cartografico rivela infatti che l’edificio possedeva già dimensioni considerevoli, sviluppandosi su tre livelli secondo i canoni dell’architettura civile aquilana del periodo rinascimentale.
Foto by RaBoe (CC BY-SA)
Il sisma del 1703 fu un momento molto importante per la storia dell’edificio, causando danni tali da rendere necessaria una ricostruzione radicale. L’evento sismico coincise infatti con un cambiamento di proprietà che avrebbe determinato la trasformazione completa del palazzo secondo nuovi criteri architettonici e rappresentativi.
Nel 1747 Gian Lorenzo Centi di Montereale acquisì la proprietà danneggiata dalla famiglia Alfieri-Ossorio, completando l’acquisto dell’intero aggregato edilizio nel 1752. La famiglia Centi proveniva da Montereale e apparteneva a quella borghesia mercantile che nel corso del XVIII secolo tentava di accedere ai ranghi superiori della gerarchia sociale urbana. L’esclusione dal patriziato aquilano aveva rappresentato un’umiliazione che i Centi intendevano riscattare attraverso la costruzione di una dimora che superasse per magnificenza e dimensioni quelle delle famiglie aristocratiche tradizionali.
I lavori di ricostruzione, iniziati nel 1752 e protrattisi fino al 1772, furono affidati a Loreto Cicchi di Pescocostanzo, conosciuto anche come Mastro Cola de Cicco. L’architetto abruzzese, formatosi nell’ambito delle tradizioni costruttive locali ma aggiornato sui linguaggi architettonici del barocco romano, concepì un progetto di notevole ambizione che trasformava radicalmente l’impianto cinquecentesco preesistente.
In particolare, Cicchi elaborò una soluzione architettonica che coniugava la monumentalità barocca con le esigenze funzionali di una residenza nobiliare moderna. Il progetto prevedeva l’inglobamento delle strutture cinquecentesche superstiti in un nuovo involucro architettonico caratterizzato da un linguaggio decorativo tardobarocco di particolare ricchezza e complessità.
L’intervento di Cicchi si distingueva per l’originalità delle soluzioni adottate e per la capacità di interpretare i modelli architettonici dell’epoca in chiave locale. L’architetto pescolano dimostrò una particolare sensibilità nell’adattare i canoni del barocco romano alle tradizioni costruttive abruzzesi, creando un linguaggio architettonico che risultava al tempo stesso aggiornato sui modelli della capitale e rispettoso delle specificità locali.
Le ragioni che spinsero la famiglia Centi a investire risorse considerevoli nella costruzione del palazzo sono oggetto di interpretazioni diverse, che oscillano tra motivazioni documentate e tradizioni leggendarie. La versione ufficiale attribuisce l’iniziativa alla volontà di riscatto sociale dopo l’esclusione dal patriziato aquilano, un’umiliazione che i Centi intendevano superare attraverso la realizzazione di una dimora che eclissasse per eleganza e dimensioni i palazzi delle famiglie aristocratiche tradizionali.
La tradizione popolare ha elaborato una versione alternativa, secondo la quale Lorenzo Centi avrebbe fatto costruire il palazzo per conquistare la mano di una discendente della famiglia Dragonetti, casato di rango superiore nella gerarchia nobiliare aquilana.
Palazzo Centi occupa una posizione di rilievo nel tessuto urbano aquilano, situandosi nel quarto di Santa Giusta in posizione frontale rispetto all’omonima chiesa capoquarto e a breve distanza dalla piazza del Duomo.
L’edificazione del palazzo rappresentò uno dei più evidenti ribaltamenti volumetrici che caratterizzarono la ricostruzione post-sismica del 1703, modificando sensibilmente i rapporti tra architettura civile e religiosa nell’area. La monumentalità del palazzo civile si poneva in dialogo e in competizione con la chiesa di Santa Giusta, creando un nuovo equilibrio urbano che rifletteva i mutati rapporti di forza tra aristocrazia laica e potere ecclesiastico.
Peraltro, una delle caratteristiche più singolari di Palazzo Centi consiste nella sua estensione sull’intero isolato urbano, circostanza che lo rende unico nel panorama dell’architettura civile aquilana. Una configurazione che, come vedremo, permette all’edificio di presentare quattro facciate libere, soluzione che ne accentua il carattere monumentale e lo distingue dalle altre residenze nobiliari della città, solitamente inserite in contesti edilizi più densi.
Il palazzo si affaccia su quattro strade diverse: piazza Santa Giusta a est con la facciata principale, via Bazzano a nord, via Rosso Guelfaglione a ovest e via Celestino V a sud, dove si sviluppa uno spazio terrazzato collegato all’edificio.
La facciata principale presenta una composizione tripartita dominata da una balconata di proporzioni monumentali, sostenuta da sei colonne in stile borromiano che sovrastano il portale d’ingresso. Le colonne della balconata, ruotate di 45 gradi, rimandano alle soluzioni adottate nel Palazzo Doria-Pamphili a Roma, mentre il portale presenta affinità con il Palazzo Trivulzio di Milano.
L’edificio presenta dimensioni considerevoli, con un’impronta a terra di circa 1500 metri quadrati, risultante da una planimetria rettangolare di 42 metri sul lato lungo e 36 metri su quello corto. Lo sviluppo in alzato si articola su tre livelli, secondo una distribuzione funzionale che rispecchia la gerarchia sociale dell’epoca: piano terreno per i servizi e gli spazi di rappresentanza, piano nobile per le funzioni residenziali principali, secondo piano per gli alloggi della servitù.
La planimetria si organizza secondo uno schema quadrangolare a corte centrale, soluzione tipica dell’architettura palatina che garantisce illuminazione e aerazione ottimali per tutti gli ambienti. La regolarità dell’impianto planimetrico testimonia la modernità del progetto di Cicchi, che applicò i principi della trattatistica architettonica settecentesca alla tradizione costruttiva locale.
Un elemento di particolare interesse del complesso è rappresentato dalla neviera cilindrica in pietra situata al di sotto del giardino terrazzato, una delle più grandi presenti in Italia: era un investimento tecnologico di considerevole importanza, consentendo la conservazione di alimenti deperibili e garantendo approvvigionamenti di ghiaccio durante i mesi estivi. Le sue dimensioni suggeriscono che la neviera potesse avere finalità commerciali oltre a quelle domestiche, configurandosi come fonte di reddito integrativa per la famiglia Centi.
La storia più recente del palazzo è ricollegabile alle vicende istituzionali della Regione Abruzzo, che negli anni Novanta del XX secolo scelse l’edificio come sede di rappresentanza della presidenza regionale. L’acquisizione definitiva da parte della Regione nel 2002 sancì il passaggio del palazzo dalla proprietà privata a quella pubblica, conferendogli nuove funzioni rappresentative in ambito istituzionale.
Tra il 2003 e il 2006 l’edificio fu sottoposto a un importante intervento di restauro e rifunzionalizzazione, necessario per adattare gli spazi storici alle esigenze dell’amministrazione regionale. Il terremoto del 2009 ha poi nuovamente messo alla prova la stabilità strutturale del palazzo, causando danni tali da renderlo inagibile nonostante i consolidamenti di pochi anni prima. L’evento sismico ha determinato il trasferimento temporaneo della presidenza regionale presso Palazzo Silone, aprendo una nuova fase nella storia dell’edificio caratterizzata da complessi interventi di restauro iniziati solamente nel 2020.
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