
Nel centro storico dell’Aquila, in piazza Santa Maria Paganica, è presente uno degli edifici più importanti dell’architettura barocca abruzzese. Palazzo Ardinghelli, dichiarato monumento nazionale nel 1902, è oggi un esempio significativo di come il patrimonio storico possa rinascere attraverso nuove destinazioni d’uso, ospitando dal 2021 la sede distaccata del MAXXI di Roma.
La costruzione del palazzo trae origine nella complessa fase di ricostruzione che interessò L’Aquila dopo il terremoto del 1703. L’edificio sorse su preesistenze rinascimentali appartenute alle famiglie Cappa e Camponeschi, ma la sua forma attuale deriva dal progetto promosso dalla famiglia Ardinghelli, originaria della Toscana e stabilitasi nel territorio aquilano fin dal XVI secolo.
Il progetto architettonico venne affidato a Francesco Fontana, architetto romano e figlio del celebre Carlo Fontana. Nonostante la progettazione risalga ai primi anni del XVIII secolo, la realizzazione dell’opera incontrò numerose difficoltà e si protrasse dal 1732 al 1743. L’impulso decisivo alla ricostruzione civile della città venne dall’avvento di Carlo III di Spagna nel 1732, quando Palazzo Ardinghelli fu tra i primi edifici nobiliari a essere completato, insieme ad altri importanti palazzi come Palazzo Quinzi e Palazzo Pica Alfieri.
La famiglia promotrice, guidata da Filippo Ardinghelli e suo fratello Francesco, non riuscì tuttavia a vedere completata l’opera. Con la morte di Filippo, la famiglia si estinse e il palazzo passò ai Cappelli, subendo nel corso dei secoli diversi rimaneggiamenti che modificarono l’aspetto originario. La facciata attuale in stile tardo barocco venne ultimata solo nel 1955.
L’edificio è uno dei massimi esempi del barocco aquilano e si distingue per la sua posizione strategica nel tessuto urbano. Fronteggia la fiancata laterale della chiesa di Santa Maria Paganica, anch’essa ricostruita dopo il terremoto del 1703, e si relaziona con altri importanti esempi di architettura civile come Palazzo Carli Benedetti.
La struttura si sviluppa su due livelli principali, con l’aggiunta di un piano seminterrato utilizzato come deposito. L’ingresso principale è caratterizzato da una triplice balconata realizzata nel 1928, che riprende il motivo del timpano e conferisce movimento alla facciata. Il portale sottostante, allineato con l’ingresso laterale della chiesa e centrale rispetto alla piazza, introduce a un androne lastricato che conduce al cortile interno.
Il cortile, di forma semiottagonale e porticato, costituisce il cuore dell’edificio e una pausa architettonica nel percorso che collega piazza Santa Maria Paganica con via Garibaldi. Da questo spazio si sviluppa lo scalone monumentale, ispirato alle opere del Borromini e impreziosito dalle decorazioni parietali realizzate con la tecnica del marmorino. Sulle pareti dello scalone sono conservati cinque dipinti attribuiti al pittore veneto Vincenzo Damini, datati al 1744.
Nel corso dell’Ottocento, il palazzo acquisì particolare rilevanza culturale diventando dimora e atelier del pittore Teofilo Patini, figura di spicco dell’arte italiana del periodo. La fase fu uno dei momenti di maggiore splendore dell’edificio, che negli anni successivi conobbe invece un progressivo declino.
Nel corso del XX secolo, il palazzo ospitò diversi uffici pubblici, tra cui quelli della Pretura e dell’Anagrafe comunale, destinazioni d’uso che, pur garantendo la conservazione dell’edificio, non valorizzavano adeguatamente le sue qualità architettoniche. La proprietà passò definitivamente al demanio statale alla fine del 2008, quando il Ministero per i beni e le attività culturali ne acquisì la titolarità.
Il sisma del 6 aprile 2009 causò danni ingenti all’edificio, che venne dichiarato inagibile. Il terremoto provocò infatti il ribaltamento delle pareti del cortile, con crollo parziale del porticato e diversi danni ai saloni del piano nobile, dovuti al cedimento della copertura in vari punti.
L’intervento di restauro, avviato nel 2014, è stato reso possibile grazie a un finanziamento del governo russo per un importo complessivo di 7.200.000 euro. I lavori hanno previsto il consolidamento globale dell’edificio, il restauro degli apparati decorativi e la salvaguardia degli elementi originali, inclusa la pietra della facciata e gli intonaci settecenteschi dello scalone.
Durante i lavori di restauro sono emersi preziosi dipinti murali precedentemente nascosti, visibili oggi sulle pareti del cortile e sui soffitti di alcune stanze del piano nobile. La nuova pavimentazione di sale e saloni è stata realizzata ispirandosi alle porzioni di pavimento originale giunte fino ai giorni nostri.
Nel 2015, mentre i lavori di restauro erano ancora in corso, il ministro Dario Franceschini decise di destinare il palazzo a sede museale ed espositiva, proponendo di ospitarvi una sede distaccata del MAXXI di Roma. Il progetto è stato inserito nel piano strategico “Grandi Progetti Beni Culturali”, beneficiando di uno specifico finanziamento quinquennale.
L’adattamento museografico ha seguito il percorso già leggibile nell’architettura del palazzo, con la sequenza di stanze collegate che conduce verso il salone principale affacciato sulla piazza. Al piano inferiore sono stati collocati i servizi di accoglienza, mentre sono stati installati ascensori e un elevatore per garantire l’accessibilità.
La consegna dell’edificio è avvenuta il 5 settembre 2020, mentre l’inaugurazione del MAXXI L’Aquila, inizialmente rimandata a causa della pandemia, si è tenuta il 28 maggio 2021, con apertura al pubblico il 3 giugno successivo.
Il museo ospita opere commissionate ad artisti italiani contemporanei, tra cui Elisabetta Benassi, Daniela De Lorenzo, Alberto Garutti, Nunzio ed Ettore Spalletti, che ha realizzato “Colonna nel vuoto”, opera-testamento che trova collocazione nella cappella di famiglia del palazzo.
Il cortile interno, che attraversa l’edificio tra piazza Santa Maria Paganica e via Garibaldi, mantiene oggi la sua funzione di spazio pubblico, rendendolo accessibile alla cittadinanza anche oltre gli orari di apertura del museo.
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